Il teatro nell’antica Grecia

fine gennaio – inizio febbraio, come ben ricorderete, sono imperversate diverse polemiche intorno al Festival di San Remo. In questa sede non è mia intenzione esprimere giudizi a riguardo, però avendo studiato letteratura greca al Liceo, non ho potuto esimermi dal fare alcune riflessioni sulla funzione del teatro nell’antica Grecia.

Questi spettacoli raggiunsero il loro massimo splendore nel corso del V secolo a.C., il così detto “periodo classico”. Le pòleis, ossia le città-stato, s’erano unite per sconfiggere un nemico comune, i Persiani, e l’avevano respinto per ben due volte, prima a Maratona (490 a.C,) poi a Salamina e Platea (479 a.C.). Gli Elleni ottennero in tal modo un enorme prestigio nel bacino del Mediterraneo. Atene visse un vero periodo dorato grazie a Pericle, considerato il fondatore della democrazia e rieletto ininterrottamente ogni anno come stratega dal 460 al 429 a.C., data della sua morte. Pericle abbellì Atene di splendidi monumenti come il Partenone, ingaggiò artisti prestigiosi come lo scultore Fidia, si circondò di sapienti come il filosofo Anassagora e si unì, dopo aver divorziato consensualmente dalla prima moglie, a una delle donne più colte, intelligenti e moderne della storia come Aspasia. È in questo contesto che il teatro raggiunse il suo apice.

A differenza dei nostri giorni, non si trattava di opere destinate al semplice intrattenimento. Avevano precisi intenti religiosi, politici ed educativi. La “messa in scena” si teneva in concomitanza con le tre principali festività legate al culto dionisiaco, tra dicembre e aprile. Questi riti si svolgevano nel periodo invernale e primaverile per due ragioni: per propiziare la fertilità dei campi, dove le sementi riposavano e germogliavano, e per non sottrarre la popolazione al lavoro nei campi. La città-stato finanziava con ingenti somme di denaro pubblico non solo l’allestimento degli spettacoli (salario di attori e autori, il coro, il servizio d’ordine, i costumi, le macchine di scena), ma forniva anche alla popolazione meno abbiente il denaro per il biglietto e la ricompensa per la giornata lavorativa persa. Le famiglie più facoltose si facevano carico delle “liturgie”, ossia le voci di spesa più onerose. Tutti i cittadini avevano il diritto/dovere di partecipare agli spettacoli, perché era un rito collettivo e gli autori delle opere facevano il possibile per coinvolgere emotivamente gli spettatori. Proprio in questo trovo che le tragedie greche siano ancora attuali: il pubblico deve vivere insieme al personaggio i conflitti interiori che lo affliggono, deve restare col fiato sospeso per poi sentire la tensione sciogliersi nel finale liberatorio. Nell’arco delle festività e della giornata, non veniva rappresentata una sola opera. Ogni autore doveva mettere in scena una tetralogia, cioè tre tragedie e una commedia. “Ogni autore”, avete letto bene, perché si trattava di un agone che coinvolgeva più scrittori e una giuria decretava il vincitore: un po’ come nei talent show dei nostri giorni. Il teatro quindi, fin dalle origini, ha sempre contato sulla presenza del pubblico, per renderlo complice e ottenerne l’immediato feedback. L’unica trilogia di tragedie a noi pervenuta completa è l’Orestea di Eschilo. Suddivisa nelle tre tragedie Agamennone, Coefore, Eumenidi, racconta delle tristi vicende di Oreste, figlio di Agamennone. Il re di Argo, rientrato in patria dopo aver partecipato alla guerra contro Troia, viene assassinato dalla moglie Clitemestra e da Egisto, amante della regina. Oreste, costretto a vendicare la morte del padre, uccide la madre, fugge perché inseguito dalle Furie infernali, ma alla fine viene assolto (senza però essere giustificato per il suo gesto) dal tribunale dell’Aeropago, ossia dalla giustizia umana. Le Furie diventano Eumenidi (“Benigne”) e si placano. Commovente la figura di Cassandra, la profetessa troiana bottino di guerra di Agamennone, che prevede ogni tragico evento poco prima di essere trucidata. E proprio da qui iniziano le strazianti vicende interiori di “Cassandra”, il magnifico romanzo di Christa Wolf.

Cassandra: “Ahimè! Che fuoco! Si avventa su di me. Ohi, ohi, Apollo Liceo, ahimè, ahimè! Questa leonessa a due zampe, che dorme accanto al lupo mentre è assente il nobile leone, mi ammazzerà, me sventurata; e come preparando una pozione nella sua ira verserà anche la ricompensa per me. Mentre affila la spada per il marito si vanta di fargli pagare con la morte l’avermi condotta qui. E allora perché indosso ancora questi paramenti che suonano scherno per me, lo scettro e le bende profetiche attorno al collo? Almeno te io distruggerò prima di andare incontro al mio destino! (si strappa di dosso i paramenti di profetessa) Andate in malora! Così vi ricambio, ora che siete caduti a terra. Andate ad arricchire di sventura qualcun’altra al posto mio.” (da Eschilo, Orestea, I classici BUR).